Ecco il mio intervento in commissione REGI contro l’assurda proposta di destinare le risorse per lo sviluppo delle regioni alle fantomatiche e pericolose “riforme strutturali”
Colleghi, finalmente a cinque mesi dalla presentazione della proposta della Commissione, ci ritroviamo a discutere di questa proposta, che ritengo non un semplice ‘modifica’ del Regolamento Disposizioni Comuni, ma una vera e propria dimostrazione della direzione che la Commissione vorrebbe imprimere alla politica di coesione, e contro la quale, mi auguro, sia il Consiglio, sia soprattutto il Parlamento si esprimeranno in maniera univoca e unitaria. con la giusta fermezza.
L’idea di fondo della proposta della Commissione, come ben sappiamo, è di estendere la possibilità di utilizzare l’attuale riserva di performance dei Fondi strutturali a sostegno delle riforme strutturali nazionali. Parliamo di circa 21 miliardi, pari al 6% della dotazione complessiva dei cinque fondi strutturali (Fesr, Fse, Feasr, Fondo Coesione e Feamp). Per l’Italia, secondo paese beneficiario della politica di coesione dopo la Polonia, l’impatto sarebbe di circa 2,5 miliardi su 42 complessivi previsti dai cinque fondi per il 2014-2020; oltre tre quarti riguardano il FESR, il Fondo europeo di sviluppo regionale
La novità sarebbe introdotta attraverso una modifica al regolamento dei fondi, ma è presentata esplicitamente dalla Commissione come un test, la fase pilota per realizzare un reform delivery tool, uno strumento di attuazione delle riforme, che verrebbe poi finanziato stabilmente a partire dal prossimo bilancio pluriennale 2021-2027, senza tra l’altro indicare con quali soldi
La Commissione insiste sul carattere ‘volontario’ di questo eventuale spostamento di risorse nell’ambito degli Stati membri, ma sappiamo benissimo che le riforme strutturali sono “concordate”- e insisto sul tra virgolette concordate- con la Commissione, nell’ambito del cosiddetto “Semestre europeo”, lo schema su cui si basa il coordinamento delle politiche economiche dei partner dell’Unione.
Basta infatti vedere lo scopo e il contesto-il pacchetto di dicembre 2017 sull’approfondimento della zona euro-volto proprio a rafforzare la stabilità della zona euro nel quadro delle regole comunitarie, esplorando tutte le strade possibili per costringere gli Stati membri a realizzare le riforme ritenute utili o necessarie, dalle pensioni al mercato del lavoro, dal sistema scolastico al funzionamento della giustizia.
Come abbiamo ripetuto più volte, su alcune riforme possiamo anche essere d’accordo-per esempio sulla lotta per combattere evasione fiscale- su altre, quelle che intaccano il sistema di welfare- assolutamente no.
Ma a prescindere dal nostro giudizio sulle riforme, continuiamo a non capire perché esse dovrebbero essere finanziati dai soldi della politica di coesione.
Al di là della perdita di risorse a breve termine per le regioni, quel che noi non condividiamo è l’ennesimo schiaffo alla ratio stessa della coesione, diventata ormai il salvadanaio non solo per le emergenze, ma anche per riforme che sono all’antitesi degli obiettivi di coesione economici e sociali come sanciti dai Trattati.
Vorremmo anche sottolineare un pericolo, ovvero che magari gli Stati meno capaci di utilizzare le risorse dei fondi strutturali europei pur di non perdere la riserva di performance la potrebbero anche barattare con le riforme strutturali.
Abbiamo dunque numerosissime riserve su questo provvedimento. Vedremo naturalmente gli emendamenti dei relatori e poi faremo le nostre considerazioni quando sarà presentato il draft report.
Interventi e contributi alle discussioni -
Tagli ai fondi ue e allo stato sociale, no al doppio furto dei falchi dell’austerity
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