Come avevo già anticipato durante il primo scambio di opinioni, sono particolarmente interessata al rapporto della collega Garcia Peres sull’utilizzo di strumenti della politica di coesione per lo strumento demografico. Come sottolineato in diversi studi, il decremento e l’invecchiamento della popolazione sono le tendenze che pongono le maggiori sfide per il futuro, Le tendenze demografiche si ripercuotono anche sulle condizioni territoriali dell’UE, per cui le aree rurali e periferiche, come anche le aree montane e urbane postindustriali, presentano un rischio di spopolamento più elevato
Queste tendenze demografiche hanno implicazioni politiche e socioeconomiche rilevanti peril loro impatto su: produttività e crescita, offerta di servizi sociali e sanitari, squilibri tra la popolazione urbana e rurale e carenza di lavoratori.
La politica di coesione dovrebbe avere il compito di ridurre i divari tra le varie regioni. Non scordiamoci, infatti, che il cambiamento demografico non accade per caso, ma ha motivazioni socio-economiche molto precise, particolarmente gravi in alcuni parti d’Europa, come l’Italia e il Mezzogiorno in particolare.
Vorrei citare al proposito lo studio Svimez 2016 e il rapporto 2016 della Fondazione Migrantes sugli Italiani nel Mondo, si delineano le caratteristiche di una nuova emigrazione, giovane e acculturata. Alle basi della partenza, oltre al contesto lavorativo vero e proprio, c’è “il desiderio di progredire professionalmente” “conoscere, scoprire, sperimentarsi senza negare il difficile contesto nazionale, ma per costruire un percorso”.
Che evidentemente non può essere realizzato in patria. La connessione studio-formazione-lavoro che esperienze come Erasmus portano poi a far scegliere altri paesi per scommettere sul proprio futuro, non è replicabile in alcuni realtà europee e nel sud Italia, in particolare, dove strumenti come la sbandierata Garanzia Giovani si sono rivelati totalmente inefficaci.
Gli strumenti della politica di coesione vanno usati, e bene. Non credo che l’EFSI in tal senso aiuti, mentre al contrario, mi trova sulla stessa linea il paragrafo 13 del progetto della relazione della collega, dove si rileva che il Fondo sociale europeo può migliorare le prospettive occupazionali nelle regioni in declino e arginare la tendenza all’emigrazione.
E torniamo dunque, ancora una volta alla necessità di migliorare non tanto e non solo la comunicazione della politica di coesione, ma la qualità e l’efficacia dei progetti sui territori. Utilizzerò un’espressione un po’ forte in tal senso: se la politica di coesione vuole salvarsi dai falchi dell’austerity e dalle macro-condizionalità, che non aspettano altro che depotenziarla e legarla a riforme strutturali e altri piani EFSI, deve prima di tutto salvarsi da se stessa e dimostrare la sua trasparenza, utilità sociale e valore aggiunto.
Per concludere: ci vuole, e sono d’accordo con la collega, un vero approccio trasversale da parte dell’UE attraverso da parte dell’UE attraverso l’integrazione degli aspetti demografici nell’intero spettro delle politiche, comprese quelle in materia di occupazione, agricoltura, ambiente, infrastrutture, trasporto, assistenza sanitaria, gioventù e istruzione, sostegno alle famiglie.
Comunicati Stampa, Europa, Lavoro
SALVARE LA POLITICA DI COESIONE DAI FALCHI DELL’AUSTERITY
Comments are closed







