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Troppi divieti europei per la pesca dei piccoli pelagici. Cosi’ il settore rischia il collasso
Dal 2013 la pesca nel bacino Adriatico è sotto i riflettori della comunità internazionale. Gli indicatori utilizzati dagli scienziati ci dicono che alcune specie sono intensamente sfruttate e che occorre, per alcune di loro in particolare, un’attenzione straordinaria. Fra le prime ad essere sotto stretta osservazione troviamo i piccoli pelagici appunto, in particolare acciughe e sardine.
Già dal 2013 infatti la FAO, attraverso un organismo di gestione che si occupa di pesca nel mediterraneo (CGPM – commissione generale per la pesca nel mediterraneo), ha proposto misure di gestione tese ad abbassare la pressione della pesca su questi stock. Lo ha fatto ideando soluzioni che la comunità internazionale ha accettato e che si è impegnata a rispettare e a far rispettare.
Gli stock di piccoli pelagici in Adriatico sono attualmente gestiti attraverso una combinazione di misure internazionali, comunitarie e nazionali. Con il risultato che le regole sono frammentate, complesse e in continua evoluzione.
Adesso però la Commissione europea ha disegnato per la pesca del pesce azzurro nell’Adriatico un pacchetto di misure con troppi divieti e pochi veri elementi di salvaguardia della risorsa il cui unico effetto sarà quello di indebolire una filiera che negli ultimi cinque anni ha già perso il 50-60% del suo valore, a causa della concorrenza. In Adriatico, dove si produce tra il 70% e l’80% delle sardine e delle acciughe italiane, operano oltre 160 imbarcazioni e mille operatori. Occorre ripensare in modo serio ad interventi di gestione che tengano nella giusta considerazione il reale stato delle risorse, e non basarsi solo su approcci precauzionali.
Il meccanismo utilizzato dai ricercatori, infatti, si basa su una sorta di valutazione combinata tra ciò che viene portato a terra dai pescatori e ciò che si può osservare in mare utilizzando strumenti sofisticati di misurazione della massa presente in acqua (ad es. mediante l’eco survey acustico).
Il pesce sbarcato viene analizzato sia dal punto di vista delle quantità che dal punto di vista della qualità; in questo caso ci riferiamo alle dimensioni dei pesci sbarcati: più sono piccoli più sono giovani, e viceversa. Maggiore è la frequenza di sbarchi di pesci piccoli maggiore può essere il rischio che lo stock si stia impoverendo e che sia a rischio la sua riproducibilità nel tempo, ma lo stesso dato può indicare annate di forte reclutamento, con ottime prospettive per gli anni seguenti, in particolare quando la specie si riproduce dal primo anno di età.
Per questo non c’è motivo di attivare ulteriori misure per questo segmento di pesca quando ancora abbiamo così tanti dubbi scientifici. Lo stesso CSTEP (Comitato scientifico, tecnico ed economico per la pesca), organismo scientifico consultivo della Commissione, ha concluso che nelle valutazioni in questione vi sono numerose incertezze.
Per questo, prima dell’adozione di un piano di gestione sarebbe opportuno condurre una valutazione d’impatto sia sulla reale disponibilità delle risorse ittiche che sugli aspetti socio-economici, così come stabilito anche dal regolamento di base, che toccano da vicino le micro, piccole e medie imprese coinvolte nei processi di trasformazione.
L’introduzione di un sistema di quote rischia di avere di condurre l’intero settore al collasso, dopo oltre vent’anni di crisi!
Sarebbe necessario invece applicare meccanismi di regolamentazione dello sforzo di pesca che garantiscano la conservazione di un quantitativo adeguato di ciascuna specie in termini di biomassa e non solo di mortalità.
Inoltre bisognerebbe capire nel dettaglio come e in quale misura la proposta della Commissione intenda garantire un supporto finanziario all’interno del FEAMP e come questo potrebbe realmente mitigare tali impatti socio- economici disastrosi.
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