La Commissione europea vuole mettere il bavaglio alla libertà del web con la scusa della tutela del diritto d’autore. Nel settembre 2016, Bruxelles ha presentato una proposta di direttiva sul copyright nel Mercato Unico Digitale. E qualche giorno fa, la commissione Affari legali del Parlamento europeo, nonostante la nostra strenua opposizione, è riuscita a far passare per un soffio questo testo. Ma la battaglia non finisce qui: la proposta dovrà adesso essere adottata dalla plenaria del Parlamento europeo del prossimo 2-5 luglio a Strasburgo. Noi stiamo facendo di tutto perché il testo venga bocciato. Ma è bene che da qui al voto, tutti i cittadini sappiano cosa stanno rischiando e facciano pressioni proprio attraverso il web per bloccare questa vera e propria LEGGE BAVAGLIO.
Ecco cosa stiamo rischiando.
L’articolo 11 del testo di riforma della Commissione introduce un nuovo diritto d’autore “ancillare” per gli editori che consente a questi ultimi di monetizzare la condivisione di articoli sui social network e/o blog effettuata da parte degli utenti. In altre parole, agli editori viene concesso il diritto di vietare la condivisione su internet dei c.d. snippets, ossia frammenti e titoli di articoli di giornale contenute nei link che i cittadini condividono. Secondo la Commissione l’introduzione di un simile diritto a favore degli editori garantirebbe un’informazione di qualità. Stesse argomentazioni avanzate dal relatore Voss che ha espressamente parlato di una connessione tra articolo 11 e fake news. A ben pensarci però non è assolutamente vero che a maggiori introiti per gli editori corrisponda una informazione di maggiore qualità e meno fake news. Non è infatti per nulla scontato che tali introiti per gli editori vengano condivisi con i giornalisti che sono il vero motore dell’informazione. Inoltre, anche i giornali tradizionali sono infarciti di fake news, che per di più è un concetto molto relativo. Le fake news infatti sono sempre esistite ed internet ne amplifica solo la loro diffusione. A questo proposito, credo che servano massicci investimenti nell’educazione ed istruzione, anche digitale. Solo in questo modo, educando gli internauti, possiamo sconfiggere fenomeni come le fake news, il cyberbullismo, le campagne d’odio e coloro che con un neologismo sono stati definiti webeti.
Per garantire agli editori quei profitti che hanno perso in seguito all’avvento di Internet, che ha reso obsoleti i loro modelli di business, si è deciso di sacrificare la libera condivisione, che è alla base di Internet, in un’ottica assolutamente anacronistica.
L’articolo 13 invece, dietro l’obiettivo di porre rimedio al c.d. value gap, ossia il fatto che sempre più opere coperte da diritto d’autore (musica, film, programmi) vengono caricate su piattaforme di condivisione (come Youtube) senza che a ciò corrisponda un’equa remunerazione dei titolari dei diritti da parte dei gestori delle piattaforme, che invece guadagnano con la pubblicità, nasconde l’introduzione di un meccanismo di filtraggio dei contenuti che vengono caricati dagli utenti. Immaginate ad esempio di aver caricato a scopo di satira, su una piattaforma o social network, un video coperto dal diritto d’autore (pensate al video che paragonava il discorso d’insediamento di Trump a quello del personaggio di Bane nel film “Il cavaliere oscuro – Il Il ritorno”), oppure un meme con un fotogramma di un film. In questi casi, la piattaforma potrebbe rimuoverli, perché in violazione del diritto d’autore. Tale scenario si colora di tinte ancora più inquietanti e fosche, se si pone la mente al caso in cui il contenuto censurato abbia una finalità di denuncia politica o d’inchiesta.
Non possiamo affidare a soggetti privati, oggi multinazionali americane ma un domani forse cinesi, il potere di decidere che cosa possiamo vedere o condividere. Un tale potere non può essere affidato agli algoritmi, che non possono decidere della nostra vita. Tutto ciò è pericoloso non soltanto perché per ragioni di diritto d’autore si rischia di minare la libertà di espressione (diritto fondamentale), ma anche perché rischia di affossare le PMI e start-up europee che dovrebbero sobbarcarsi ingenti costi per mettere in piedi efficaci sistemi di filtraggio. Inoltre, a ben vedere l’applicazione dell’articolo 13 sembra materialmente impossibile, visto che si dovrebbero controllare tutti i contenuti, nessuno escluso, che vengono caricati.
A mio avviso sia l’articolo 11 che l’articolo 13 vanno semplicemente aboliti tout court. Per questo continuerò a battermi anche in plenaria a difesa degli interessi dei cittadini e dell’Internet libero.
Comunicati Stampa
No alle catene alla liberta’ del web, no alla link tax
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